mercoledì 17 gennaio 2018

Bouncer – La saga

Con persone intelligenti fa sempre piacere confrontarsi anche quando le opinioni non sono concordanti.
Dopo uno scambio piuttosto acceso vertente sui rispettivi gusti per quello che riguarda il fumetto, o meglio, dopo essere stato rimproverato (io) per aver trattato male su questo blog alcuni autori non del tutto meritevoli (secondo lui) di essere stroncati, la discussione si è fatta più costruttiva e ho chiesto al mio antagonista se poteva consigliarmi qualcosa di buono da leggere.
Bouncer lo conosci? Mi ha chiesto.
Il fatto che sul Ferro si possa sempre contare è una certezza assoluta.




La saga di Bouncer è una creazione del poliedrico artista cileno Alejandro Jodorowsky (testo e sceneggiature) e del disegnatore francese Francoise Boucq.
Anche se Jodorowsky è forse più famoso come regista per aver creato film diventati dei cult movies, come El topo o La montagna sacra, anche nel mondo del fumetto il suo nome rientra nella cerchia degli autori più conosciuti e stimati per aver dato vita a opere basilari come L’Incal, insieme al mitico Moebius, o La casta dei Meta-Baroni, nella quale il disegno era opera di Juan Jimenez.
Dalla fantascienza al Western: lasciando per un momento il suo consueto mondo visionario e surreale, stavolta Jodorowsky ha deciso di cimentarsi con il mondo dei cowboys e con la crudezza della realtà.
Se Tex Willer è il prototipo dell’eroe positivo e invincibile (e per questi motivi è uno degli albi italiani più venduti di sempre), in Bouncer si riscontra il rovescio della medaglia: un Far West estremamente violento e iniquo, nel quale si uccide per un nonnulla.



Il protagonista della saga è il buttafuori di un saloon (da qui il titolo: Bouncer), un uomo dal tragico passato familiare (grazie al quale si ritrova monco del braccio destro), al quale capitano le più svariate avventure con un trait d’union comune: la crudezza.
Se Tex uccide solo i cattivi, nel mondo di Bouncer non è sufficiente essere una donna o un bambino per essere risparmiato. Tutti possono finire morti ammazzati nel modo più truce: bimbi, madri, anche i tipi buoni che lo sceneggiatore ti ha fatto diventare simpatici. Un fumetto violento con una scelta di immagini crude ed esplicite montate in una sequenza regolare che lascia poco all’immaginazione. L’individuazione delle inquadrature per raccontare le storie è ben scelta in modo da non permettere fraintendimenti, e i colpi di scena sono ben architettati. Nonostante la mutilazione Bouncer riesce a combattere e a sparare benissimo, e i personaggi che gli fanno da contorno, di solito estremamente inquietanti, sembra che siano usciti pari pari dai film di Jodorowsky: in genere negativi, violenti, assassini, perfidi, segnati in qualche modo nel fisico e dalla vita.



Il disegno di Francoise Boucq è chiaro e molto realistico, permette una caratterizzazione precisa e inequivocabile dei personaggi e ha molta cura dei dettagli oltre che degli splendidi sfondi nella rappresentazione dei paesaggi della frontiera americana.
La saga di Bouncer è stata pubblicata dal 2002 al 2013. Anche se estremamente violenta e con scene decisamente splatter, l’ho trovata interessante e piacevole da leggere e non mi ha fatto rimpiangere il mio Tex preferito.
E una volta tanto i disegni l’ho apprezzati.
Il Lettore 


giovedì 11 gennaio 2018

Il cuore nero dei servizi

Sono molto incuriosito dal mondo dei servizi segreti. Principalmente per le letture fatte. Ma dal momento che libri e telefilm trattano questa tematica in modo quasi del tutto dal versante oltreoceano, ho letto con molto piacere (oddìo, piacere è più che altro un eufemismo) questo saggio di Pietro Messina che esplora la situazione qui in casa nostra.
Già lo stesso chilometrico sottotitolo è sufficientemente esplicativo: “Le strutture di potere, le azioni segrete, i successi mai raccontati e gli sprechi senza fondo. Da documenti e testimonianze esclusive, la verità sull’intelligence italiana”. Sul fatto che racconti la pura verità ho qualche dubbio, così come sul fatto che sia tutta e completa, ma dal momento che di questi argomenti di solito l’uomo comune non ne viene mai a sapere nulla (e giustamente, altrimenti cosa ci sarebbe di segreto?), mi accontenterò di attribuire un fondo di verità al 70% delle informazioni scritte dal Messina.
Già così, ci sarebbe solo da strapparsi i capelli e chiedere asilo politico in Bangla Desh.




Avete presenti i bellissimi romanzi di Frederick Forsythe, John Le Carrè, David B. Ford, Ian Fleming, Tom Clancy e altri? Avete presente l’affascinante mondo degli agenti segreti? Bene, scordatevi tutto. Qui in Italia le cose succedono in un’altra maniera rispetto al resto del mondo. Qui da noi sono riusciti a trasformare anche l’intrigante e pericoloso mondo delle spie in una napoletanata da quaqquaraqquà.
Partendo dalle riforme politiche del mondo dell’intelligence, con le quali hanno cambiato i nomi dei servizi segreti: dai precedenti Sismi, Sisde e Cesis, i burocrati si sono inventati i più moderni Aisi, Aise e Dis, tanto per ingrassare le tipografie che stampano la nuova carta intestata. Ma dicono che è stato fatto anche per ridurre le spese. Che in realtà sono lievitate in maniera del tutto fuori controllo fino a impiegare i fondi statali addirittura per acquistare appartamenti ad uso esclusivo di noti politici.
E potrei continuare per un pezzo. Pietro Messina lo ha fatto, e ne è risultato un quadro davvero deprimente. Quello che colpisce nel venire a conoscenza di molti retroscena, non sono tanto gli interessi politici nella gestione dei servizi, non sono le matrici di alcuni tentativi di colpi di stato nate all’interno stesso dei servizi, quanto il fare le cose alla carlona, all’italiana, in un mondo che dovrebbe essere ai vertici della serietà, in cui impegno e dedizione dovrebbero essere le molle principali del lavoro.
E invece ci si è ridotti al più basso nepotismo, ad una ciarlataneria da mercatino rionale, all’arrivismo del singolo ladruncolo che pur di fregare centomila euro allo Stato sarebbe capace di dare l’avvio alla terza guerra mondiale; si sono alimentati gli enormi sprechi di denaro pubblico che avrebbe dovuto essere controllato ma in realtà non lo è, ci si riduce a livelli bassissimi di corruzione spicciola per ottenere insignificanti vantaggi personali.
Da vergognarsi. Per non parlare di casi oltremodo importanti di cui si è occupata la cronaca come tanto per fare qualche esempio gli omicidi di Ilaria Alpi, Massimo D’Antona e Marco Biagi, il sequestro di Abu Omar e le connivenze con la mafia, nei quali i servizi sono stati in qualche modo implicati. Tanto da renderci ridicoli e totalmente inaffidabili anche all’estero.
Come per quasi tutte le cose qui in Italia, anche i servizi segreti nazionali sono stati ridotti a una vera e propria, tragica, pagliacciata. Per opera dei politici, dei burocrati e perché no, anche dei singoli delinquenti impiegati nei servizi stessi.
Un saggio davvero deprimente, tanto da far provare, da italiano, un senso di schifo e di vera vergogna nel venire a conoscenza di come vanno realmente alcune cose nel nostro paese.
Il Lettore 

lunedì 8 gennaio 2018

Polina

Ancora un fumetto.
Buono, stavolta. Visto che sono stato rimproverato per la mia schiettezza nei confronti delle porcate faccio vedere a qualcuno — e chi di dovere ha capito benissimo che sto parlando proprio di lui — che oltre a stroncare sono anche capace di apprezzare dei fumetti che meritano. Anche e nonostante non mi piaccia lo stile del disegno.
Ad essere del tutto sincero, al primo impatto anche questa graphic novel ha rischiato di essere catalogata nel gruppo degli abbandonati dopo solo due pagine, proprio perché il disegno non è tra i miei preferiti e tra poco vi spiegherò il perché, ma pur non piacendomi emanava un certo fascino che mi ha spinto a proseguire, e così ho potuto apprezzare la storia tanto anche da rimanerne commosso.
Polina è un grande romanzo a fumetti. Un romanzo di formazione, di crescita, un romanzo in cui, come in Lo Scultore di McCloud, la parte del protagonista è rivestita dall’Arte con la A maiuscola.
In questo caso l’Arte della Danza.




Polina Oulinov è una bambina russa con la passione per la danza. Riesce ad entrare nei corsi di formazione della scuola del Bolshoi e si trova a fare i conti con tutto l’impegno, la disciplina e la dedizione che quest’arte richiede per poter emergere dalla massa e farsi notare, nonché con le rivalità e le differenze di opinioni tra gli stessi docenti. In particolar modo è affascinata dall’insegnamento del severo maestro Bojinski, che intuisce le sue potenzialità e con il quale lei nel corso del tempo si ritrova a condividere alcune visioni filosofiche di quest’arte.



Un romanzo di formazione, questo di Bastien Vivés, che esplora le difficoltà di un ambiente esclusivo e le insicurezze dell’adolescenza insieme alla volontà di poter emergere in un’arte (un po’ come quello di Scott McCloud). Una graphic novel rarefatta, costituita di silenzi espliciti e di intuizioni rappresentate da sequenze del tutto prive di dettagli negli sfondi, senza testi e balloon, ma le cui ellissi si capiscono perfettamente.
I colori adoperati sono solo due, quasi del tutto assenti i toni di grigio e le sfumature, come a rappresentare una metafora del talento: o ce l’hai o non ce l’hai, e se non ce l’hai è meglio che cambi strada, riuscirai a trovare qualche altro percorso più adatto a te.



Il tratto del disegno (forse l’unica cosa che non mi ha soddisfatto, solamente per un mio personale gusto estetico) è molto sbrigativo, ma in fondo devo ammettere che risulta coerente con la sceneggiatura e con il tono generale che l’autore ha voluto infondere all’opera. Anche la schematizzazione e la povertà degli sfondi sono una sottolineatura della durezza della disciplina della danza e del sacrificio al quale bisogna sottoporsi per poter seguire questo percorso.



Non essendo al dentro del mondo della danza, ho pregato una mia cara amica danzatrice di leggere il libro per avere la conferma che Vivès non fosse magari incappato in qualche sfondone tecnico del quale non mi sarei potuto accorgere: non vi sono neanche incongruenze tecniche, il tutto è pienamente coerente (e il fumetto è piaciuto anche a lei).
Mi ripeto: non mi è piaciuto lo stile del disegno, ma ho trovato questo fumetto godibilissimo e pieno di significati rappresentati apposta per essere intuiti più che facilmente compresi. Come piace a me.
Grande lavoro.
Il Lettore (che come ballerino meglio che lasciamo perdere)

giovedì 4 gennaio 2018

“Parigi brucia?”

Una botta al cerchio e una alla botte: dopo una stroncatura ecco un bellissimo resoconto di uno degli episodi più salienti della seconda guerra mondiale. “Parigi brucia?” è il racconto della liberazione di Parigi dal giogo nazista da parte delle truppe alleate e della resistenza francese nell’agosto 1944, più di due mesi dopo lo sbarco in Normandia.
Hitler aveva ordinato categoricamente che Parigi sarebbe dovuta essere del tutto distrutta al solo avvicinarsi degli Alleati, in pratica avrebbe dovuto essere trasformata in un’altra Varsavia, e questo è il racconto dettagliato di come ciò, per fortuna, non avvenne.




Lo scrittore francese Dominique Lapierre e il giornalista statunitense Larry Collins hanno impiegato anni di ricerche per raccogliere le testimonianze dirette dei protagonisti di quell’evento, fino a farne un quadro il più possibile completo ed esaustivo. Con uno stile giornalistico molto stringato hanno dipinto centinaia di istantanee raffiguranti ognuna un episodio importante e il suo decorso nell’arco della settimana che è durata l’ultima fase di preparazione all’ingresso in città delle truppe di liberazione e la sua riconquista.
Nello stesso stile in cui Cornelius Ryan aveva raccontato dello sbarco in Normandia in Il giorno più lungo, i due scrittori hanno puntato principalmente sull’aspetto umano illustrando i singoli fatti, anche i più minuti, dall’ottica degli stessi protagonisti. Essendo uscito qualche anno prima (Il giorno più lungo è stato pubblicato nel 1959 mentre la prima edizione di “Parigi brucia?” è del 1964), è anche possibile che i due abbiano dato al libro la stessa identica impostazione in modo del tutto consapevole.
Stile giornalistico, dicevo, ma che non manca di pathos sia per le singole vicende stesse e sia, anche se già sappiamo come la cosa è andata a finire, per il comportamento di alcuni dei protagonisti in una situazione oltremodo tragica. Ciò che rende il libro pieno di tensione è la domanda: a chi va attribuito il merito di aver salvato Parigi dalla distruzione? Hitler aveva ordinato più volte di dare il via alle demolizioni: al posto della città doveva rimanere solo terra bruciata, tutti i ponti e la maggior parte dei monumenti più importanti erano già stati minati, si doveva solo procedere a dare fuoco alle micce e allo sterminio di buona parte degli abitanti.
E in più i francesi stessi erano pure in lotta tra di loro, con da una parte i comunisti favorevoli alla ribellione strada per strada ad armi imbracciate, e dall’altra i gollisti ansiosi di piazzare l’allampanato generale a capo del governo attraverso vie più politiche e meno sanguinose. Due fazioni in una guerra tra loro senza esclusione di colpi, come se non bastassero i tedeschi.
Il personaggio che spicca in questa lotta fratricida è invece proprio un tedesco: il generale Dietrich von Choltitz, il plenipotenziario governatore militare della città, nominato direttamente dallo stesso Führer con l’ordine esplicito di radere al suolo Parigi. Von Choltitz invece fece di tutto per rimandare l’esecuzione di quegli ordini, rischiando la propria stessa vita e quella dei suoi familiari pur di non essere accusato di un crimine compiuto contro l’umanità intera. Ci riuscì. Non diede seguito a quegli ordini ed è anche grazie a lui se ancora possiamo vedere la Tour Eiffel dominare il panorama di una città magnifica.
Ma è in ogni caso l’aspetto umano a rendere emozionante la narrazione: tutti i singoli accadimenti di quei giorni che sono sfociati nel tripudio del 25 agosto 1944, reso ancor più significativo per le piccole ma enormi tragedie di quel giorno che avrebbe dovuto essere di festa ma che per molti è stato invece di morte, proprio ad un passo dall’obiettivo agognato. Lapierre e Collins hanno raccontato dei singoli uomini che hanno partecipato a quel grande episodio: francesi, tedeschi, americani, ognuno con le sue motivazioni, con i suoi pregi e i suoi difetti, con gli eroismi e purtroppo anche con le abiezioni.
Grande libro, di quelli che ti fanno venire voglia di leggere anche gli altri che hanno scritto gli stessi autori.
Il Lettore storico

lunedì 1 gennaio 2018

Il gigante sepolto

Della serie “bisogna pensare positivo”, cominciamo il 2018 con una stroncatura.
Mi trovo un po’ in imbarazzo a scrivere questo post. Un po’ perché parlar male del romanzo di un premio Nobel è una faccenda già di per sé scottante, un po’ perché di Kazuo Ishiguro ne avevo già parlato molto bene in occasione di altri suoi libri che avevo recensito e quindi mi sembra di offendere la mia coerenza, e infine perché tutte le recensioni che ho letto in rete su Il gigante sepolto ne parlano magnificamente.
A quanto pare io sono l’unica persona al mondo alla quale questo romanzo non è piaciuto. Ma proprio per niente, non l’ho neanche terminato: l’ho piantato quasi a metà. E allora, visto che tutti gli altri lo hanno giudicato un romanzo superbo, sarò io ad avere qualcosa che non funziona?
Dovrò farmi visitare?




Ma a saper leggere tra le righe, in tutti quei commenti entusiasti si riscontrano spesso alcune parole particolari che mi hanno lasciato pensare come in realtà il mio giudizio non fosse così tanto lontano da una possibile verità accuratamente mimetizzata: una narrazione delicata… un romanzo emozionale… un sublime stile desueto… un libro di sensazioni… atmosfere oniriche
Vi racconto una scenetta. Qualche sera fa ho partecipato a una cena aziendale nel corso della quale hanno servito un risotto allo zafferano. Presentazione magnifica, con un’abbondantissima pioggia di sottili filamenti rossi a guarnire la pietanza. Splendido. Lo assaggio e rimango perplesso. Terminato di mangiare il piatto mi chino verso il mio vicino di sedia e gli domando: «Come ti è sembrato?». Lui ci pensa un po’ e mi risponde: «Molto delicato».
«Bello era bello, ma per me non sapeva di un cazzo» ribatto io, al che tutti i maschi della tavolata sono esplosi. È vero! È vero! Hai ragione! Non sa di niente! Lo volevo dire anch’io! Non ha nessun sapore! Che delusione! Ma nessuno aveva avuto il coraggio di dirlo per primo.
Questo per dire che l’uso di determinate parole molte volte non serve ad altro che a camuffare i pensieri reali di chi è chiamato in causa. Vuoi per diplomazia, per vergogna, per paura di dire una stronzata, perché “non sta bene” e basta. Si cercano allora termini che girino intorno alla sostanza senza mai affrontarla di petto. “Delicato” è uno dei più diffusi. Si può dire di tutto: di un romanzo, di un piatto, di un colore, di un quadro, di una poesia, di una creazione architettonica. Non hai detto nulla di concreto, e nessuno potrà accusarti di avere parlato male di quella determinata cosa.
Io invece sono un vero e proprio becero, ho scarsissimo tatto e diplomazia assente del tutto. Se penso una cosa prima o poi la esterno, e questo non contribuisce a far lievitare il numero delle mie amicizie. Ma pazienza.
Ho trovato Il gigante sepolto una vera e propria sega.
Noiosissimo, tanto da costringermi ad abbandonarlo per puro e semplice tedio. Nella prima metà del libro non succede assolutamente nulla: ci sono queste due persone anziane, immerse in atmosfere nebbiose e pure sofferenti di amnesie, che dopo alcuni capitoli di nulla partono alla ricerca del figlio senza che sia dato di sapere le ragioni per le quali lo stesso è via e il perché si sono decisi a cercarlo. Tra le nebbie dei paesaggi e della memoria viene raccontato (con un linguaggio che era di moda un centinaio di anni fa, e quindi in uno stile da alcuni definito “desueto”) il loro viaggio, nel quale non succede assolutamente nulla, e poi… basta, a metà libro l’ho piantato perché di tutto quel nulla non ne potevo proprio più.
Non dico che un romanzo dovrebbe essere fatto di azione, ma perlomeno una qualsiasi cosa falla succedere. Non puoi continuare a parlare del nulla più assoluto sperando nella benevolenza del lettore che solo alla fine capirà, forse, quanto sei stato bravo. Se ci arriva.
Ma ripeto, tanti lo hanno trovato un romanzo da non poterne fare a meno, e non voglio pensare (lo penso, lo penso…) che siano stati così ipocriti perché “non sta bene” parlare male di un Premio Nobel (che poi non sarebbe l’unico: mi viene in mente Dario Fo e la sua pessima biografia di Lucrezia Borgia). Sicuramente sarò io che non avrò saputo capirlo, che non ho avuto la pazienza necessaria a proseguire, che non ho saputo cogliere la “delicatezza” dell’insieme.
Colpa mia, me ne assumo tutte le responsabilità. Kazuo Ishiguro rimane un grande e lo testimoniano gli altri libri di cui invece ho parlato bene. Lui non ha assolutamente fatto uno scivolone, è colpa mia se non ho saputo apprezzarlo.
E poi c’è sempre la possibilità che io abbia veramente qualcosa che non va.
Il Lettore 

venerdì 29 dicembre 2017

Macerie prime

Per Natale hanno regalato questo libro a mio figlio.
A me Zerocalcare non è mai piaciuto. Tutte le volte che ho provato a leggerlo non sono riuscito ad andare oltre la seconda pagina. Vuoi per i disegni veramente brutti, secondo me, vuoi perché non mi interessano le tematiche di cui tratta, vuoi per le sceneggiature abborracciate e il modo confuso di raccontare le storie, l’ho sempre considerato illeggibile.
E questo dell’autore di fumetti che oggi come oggi è il più venduto sulla piazza.
Ma da molti (giovani) è osannato, come anche altri della sua risma. Gipi, tanto per nominarne uno. Per me questi autori innalzati al rango di mostri sacri del fumetto non sono altro che un inno al dilettantismo e all’”arruffoneria”, portati in palma di mano da dilettanti e arruffoni che elevano i loro difetti al rango di pregi per poterne parlare bene. Un autore disegna male? Allora va elogiato il suo tratto ingenuo, reale e pieno di sentimento. Non sa scrivere una sceneggiatura? È fatta in questo modo allo scopo di riflettere il malessere della società odierna, le ansie della gioventù. Guarda che bravo.
Ma vaffanculo.
L’essere realista è un mio difetto: per me sono solo degli scalzacani.
Ma vendono, e allora forse hanno ragione loro. Questo mondo mi piace sempre meno.
Però può anche essere che sia io che mi sbaglio, mi sono detto. Sarà colpa mia, non riuscirò a capire il messaggio, sforziamoci, cosa mi costa riprovare un’altra volta? Per obiettività, per completezza, per riuscire a formulare un giudizio organico; leggilo, dai, forse può essere che ti piaccia anche, ce lo hai già in casa…
Va bene, riproviamo.




Non sono riuscito a proseguire oltre la seconda pagina.
Il Lettore fumettaro (ma selettivo)

martedì 26 dicembre 2017

Lo scultore

Buoni i cappelletti? All’appuntamento con questa squisitezza io tengo molto: una delle poche tradizioni positive del Natale, ma per quanto buoni mi piace mangiarli esclusivamente in questa occasione. Chi li prepara in qualsiasi altro periodo dell’anno dovrebbe essere obbligato a mangiare cocomero ghiacciato per l’Epifania. Ma torniamo a noi.
Scott McCloud è un disegnatore statunitense conosciuto soprattutto per il suo ciclo di saggi in cui spiega ai profani il mondo del fumetto: Fare il Fumetto, Capire il Fumetto e Reinventare il Fumetto sono i suoi tre titoli diventati famosi in tutto il mondo e ormai indispensabili (oltre che pressoché introvabili) per chiunque intenda avvicinarsi a questo ambiente. Da questi saggi io stesso ho preso molte idee per i corsi che tengo di Scrittura creativa e Sceneggiatura del fumetto, per cui a questo autore sono parecchio affezionato.
Oddìo, dovrò mica pagargli delle royalties?




Questo Lo Scultore è il primo romanzo a fumetti che ha pubblicato: un’opera corposa e impegnativa dai contenuti profondi.
David è un giovane scultore di belle speranze, figlio di uno scrittore ignorato dal pubblico e di una pittrice incompresa, non realizzato a sua volta, senza un soldo e sull’orlo della depressione. In una rivisitazione del Faust incontra un suo prozio da tempo deceduto che gli offre la possibilità di poter realizzare qualsiasi creazione egli voglia plasmando ogni materiale per mezzo delle sole mani. Il prezzo di tale opportunità è che, se accetta, avrà solo 200 giorni di tempo per scolpire, dopodiché morirà.
David accetta questo patto surreale per poter fare in modo che il suo nome resti impresso per sempre nella storia dell’Arte e dell’Umanità, ma le cose non andranno nel modo in cui lui aveva sperato: critici e galleristi sembra che non apprezzino comunque le sue creazioni, e il raggiungere un vasto pubblico per soddisfare il suo forte desiderio di diventare famoso e di lasciare un segno indelebile resta un traguardo anelato ma irraggiungibile.



Per complicare le cose David si innamora e intreccia una relazione con una ragazza alla quale non può confessare il segreto e la conclusione tragica oltre che inevitabile del patto che ha stipulato. Da qui scaturiscono riflessioni sull’amore, sulla solitudine e sulle sofferenze del vivere che rendono il romanzo profondo ma parecchio triste. È ovvio che non vi dico come va a finire ma credetemi, sono stato anch’io per quasi cinquecento pagine con l’ansia di arrivare in fondo per saperlo, e McCloud non ha deluso le mie aspettative.
La sceneggiatura è del tutto in linea con la trama e con l’esperienza dell’autore: molto variata sia nella composizione delle tavole che nella forma delle vignette, con rallentamenti della lettura causati da numerosi primi e primissimi piani con cui McCloud ha voluto che il lettore indugiasse nei dettagli, e la scelta dei colori dominanti, azzurro e marrone, è coerente con la psicologia di fondo.


Il tratto è quello caratteristico di McCloud: pulito e circa a metà strada tra il puramente iconico e il realistico, con personaggi ben caratterizzati e facilmente riconoscibili che lasciano il posto a “sfoghi d’autore” quando il disegnatore scioglie le redini della fantasia e raffigura in due dimensioni le sculture realizzate da David. Che cos’è l’arte? Chi è che decide cosa possa o non possa essere “arte”? Se una cosa piace a una sola persona, può essere chiamata arte o deve essere apprezzata da molti?
Questi i temi su cui si interroga l’artista, oltre alla morte, all’amore, alla passione e all’euforia del vivere in un romanzo che, sia pure tristissimo e deprimente come contenuti, mi ha lasciato pienamente soddisfatto al termine del volume.
Come dovrebbe essere per molte opere d’arte.
Il Lettore fumettaro